www.dael72.net |
|
IN PRIMO PIANOSHOWBIZCULTURA&SCIENZEMOTEWHO'S WHOGALLERYTOURINGhomepage@ |
LE CHIAVI DI CASA
“Siete
più che a Venezia”: ad esordire così davanti alla platea
del Cinema Massimo gremita di persone (altrettante sono rimaste fuori a causa
del tutto esaurito) è il regista Gianni Amelio. L’occasione è la prima torinese de Le chiavi di casa. Il riferimento, palese, è alla Biennale: in laguna il film non ha ricevuto nessun riconoscimento. Amelio non cela il suo disappunto ma, autoproclamandosi “il trionfatore ultimo arrivato”, sorride, consapevole del fatto che più dei premi reali conta la vittoria morale: la decisione della giuria ha un suo peso, certo, ma quella di critica e pubblico non è da meno ed i lunghi applausi ottenuti, a Venezia come a Torino, sono un segno evidente del successo di questa pellicola. Non ci riferiamo tanto ai botteghini (il film, appena uscito, è già il quinto nella top ten dei più visti) quanto soprattutto al valore intrinseco, indiscutibile di un’opera in grado di fare ciò che il cinema dovrebbe sempre fare: coinvolgere ed emozionare. L’impresa è stata resa possibile grazie ad un’abile regia, ad una storia convincente (ispirata al libro “Nati due volte” di Giuseppe Pontiggia) ed all’ottima interpretazione dei protagonisti Kim Rossi Stuart, Charlotte Rampling ed Andrea Rossi. Le chiavi di casa racconta l’inizio di un rapporto padre figlio. Gianni (“gli ho dato il mio nome perché mi identificavo nelle sue paure” dice il regista) non ha mai conosciuto Paolo: appreso che la fidanzata era morta in sala parto e che il neonato presentava dei problemi, era fuggito dalla prospettiva di un futuro difficile. Ora, dopo quindici anni, viene incaricato dai cognati di assumersi le sue responsabilità accompagnando il figlio a Berlino per una visita di controllo. Il ragazzo, malgrado l’età, ha l’aspetto ed i bisogni di un bambino. Affetto da un grave handicap, è costretto al costante uso di un bastone, ad estenuanti e periodiche riabilitazioni, ad una vita che assumerebbe i contorni della tragedia se non fosse animata dal suo innato coraggio e da una simpatia contaggiosa. Dei due il più “disabile” appare Gianni: timoroso, insicuro, fragile. Il viaggio europeo affrontato da entrambi è una metafora del viaggio interiore che queste due anime compiono. E lo spettatore vi partecipa attivamente, comprendendo via via il vero significato della domanda che il figlio rivolge con insistenza al padre: “E’ presto o è tardi?” non si riferisce certo all’orario ma al fatto se sia possibile ancora costruire un qualcosa tra i due, dopo anni di abbandono. Beh, non è tardi.
|