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Intervista integrale a Sarah Michelle Gellar

di Danila Elisa Morelli©

Nelle sale italiane arriverà il 5 gennaio 2005. Forse con il titolo tradotto (Il Rancore). Forse, più probabilmente, con quello originale: The Grudge.

Si tratta di una pellicola horror la cui protagonista è Sarah Michelle Gellar, eroina televisiva per ben sette stagioni nei panni di Buffy l’Ammazzavampiri e star di diverse pellicole, da Cruel Intentions a Scream2 a Scooby Doo.

Ho incontrato l'attrice newyorkese mentre era di passaggio a Torino per presentare alla platea del 22° Torino Film Festival questa sua ultima "fatica".

Sarah è come l'immaginavo: graziosamente normale.
La figura snella la fa apparire più alta del suo metro e sessanta, il piacevole aspetto è curato nei minimi particolari, l’approccio è molto naturale e la simpatia contagiosa.
A far intuire che di “star” si tratta è lo staff che la circonda: segretaria tuttofare, press agent scrupolosi e servizio di sicurezza impenetrabile per i comuni mortali.

Quello che segue è la trasposizione integrale di ciò che ci siamo dette in due incontri successivi: il mattino alla conferenza stampa su The Grudge ed il pomeriggio, in separata sede, presso l’elegante Villa Sassi nei pressi di Torino.

Quali sono stati i motivi che ti hanno spinta a lavorare in The Grudge?
Ad attrarmi era una combinazione di fattori: il fatto che a produrlo fosse Sam Raimi, la possibilità di girare a Tokio. Ma soprattutto l’opportunità di fare qualcosa che non era mai stato tentato prima: The Grudge, remake di un film giapponese, segna la prima vera coproduzione USA - Sol Levante: per precedenti lavori come “Black Rain – Pioggia sporca” o “Lost in Translation” si era trattato solo di trasferte, nel nostro caso invece abbiamo fattivamente collaborato con le maestranze locali. Addirittura il regista, Takashi Shimizu, è lo stesso del blockbuster a cui il nostro film si ispira. Sul set si parlava prevalentemente il giapponese!

E com’è lavorare su un set giapponese?
Innanzitutto devi toglierti le scarpe ed indossare dei calzini strani, dei veri e propri guanti per i piedi (ride). Le differenze sono molte: in America ti rechi sul set solo per girare la tua scena; in Giappone invece assisti a tutta la lavorazione, resti sul set e aspetti anche se non sei coinvolto direttamente nelle riprese. Noi americani siamo più pigri! Loro lavorano 24 ore su 24, sono più professionali. Gli americani hanno dalla loro la leggerezza, i giapponesi l’etica del lavoro. C’è più rigidità in Giappone...

Hai detto che si parlava giapponese. Come facevi a comunicare?
Devo ammettere che noi americani siamo molto isolati: in Europa basta poco per spostarsi da un Paese all’altro e ciò significa cambiare lingua, cultura, modo di vivere; per noi invece viaggiare spesso significa solo cambiare Stato all’interno degli USA e così sviluppiamo una sorta di attitudine a credere che ovunque si vada si parli l’inglese. Recarsi in un Paese in cui non capisci una parola mi ha permesso di rendermi conto che non è così… E’ anche vero però che, pur non essendo in grado di comprendere l’esatto significato delle frasi, intuisci il senso generale, l’intenzione. Certo, bisogna sforzarsi di più, prestare più attenzione del solito quando gli altri parlano perché devi sfruttare ogni particolare per capire cosa stanno dicendo.

Ti sei sentita sola?
No, non mi sono mai sentita isolata. Ma comprendo quanto sia facile sentircisi dal momento che già l’aspetto fisico ti caratterizza come “diverso”. E la lingua non aiuta di certo: italiano, francese, americano sono simili per certi versi, hai sempre qualcosa a cui aggrapparti per capire… Il giapponese è talmente diverso... Sai: l’inglese è una lingua veramente di “massa”, il modo in cui formiamo le frasi, coniughiamo i verbi, creiamo neologismi è semplice ed istintivo. Il giapponese no: è una lingua letterale. A volte impiegano così tanto per esprimere concetti brevi.

La tua conoscenza delle arti marziali, ti aveva fornito già occasione di conoscere qualcosa della cultura giapponese?
Mi ha sempre appassionata la cultura orientale. Adoro il sushi, lo mangio spesso, amo il loro cinema,… Il Giappone mi ha sempre affascinato: avere l’opportunità non solo di andarci ma di prendere parte ad un progetto così interculturale era nello stesso tempo eccitante e stimolante.

Torniamo a The Grudge: avevi visto l’originale, Ju-On?
Sì: ho commesso l’errore di vederlo di notte, quando ero da sola in casa! L’ho trovato bellissimo e diverso dai film di genere perché punta molto sul lato emotivo, sull’immaginazione dello spettatore.

Esistono differenze nel veicolare la paura tra cinema americano e giapponese?
Il cinema americano è più “sessuale”, predilige l’azione, lascia poco spazio agli aspetti emotivi. Shimizu invece riesce ad ottenere un maggiore coinvolgimento e, in questo caso specifico, molta più paura perché non teme di trattare argomenti forti, di mostrare situazioni toccanti come gli abusi domestici e la violenza sui bambini.

Ci sono stati condizionamenti da parte della Sony?
Il fatto che il film fosse completamente finanziato da Raimi e da Shimizu ha garantito una totale libertà di espressione. Certo è che abbiamo dovuto sempre tenere conto della censura americana, del “rating”: per questo, rispetto all’originale, abbiamo dovuto eliminare determinate sequenze. La Sony non ha interferito anzi, una volta visto il primo girato, ha contribuito alle spese per permetterci di girare ulteriori esterni a Tokyo.

Come descriveresti il tuo personaggio?
Generalmente amo interpretare personaggi femminili forti, decisi. In questo caso invece mi interessava il fatto che Karen (questo il suo nome) fosse completamente sopraffatta dalla situazione: non è una ragazza capace di gestire qualsiasi cosa, è vulnerabile.

Credi che il successo riscosso in USA da The Grudge sia dovuto alla tua presenza?
Se sei mesi fa mi avessero detto che nel primo week-end avremmo raggiunto i 40mln di dollari di incasso al botteghino e che in appena 27gg saremmo arrivati a quota 100mln, non ci avrei creduto. Non penso sia merito mio, non ho un ego così sviluppato! Il successo è dovuto ad una fortunata combinazione di fattori.

Ti infastidisce essere ricordata per Buffy l’Ammazzavampiri?
Non mi disturba affatto, anzi: sono orgogliosa di aver preso parte ad una serie tv che è stata molto importante per le donne e che ha di fatto modificato la concezione dei personaggi femminili. Prima di BTVS quasi tutti i ruoli principali dei telefilm erano appannaggio dei soli maschi…

Secondo te, quali sono stati gli ingredienti del successo di Buffy?
La felice combinazione di molti fattori: ideatore, registi, attori e pubblico. Era uno show in cui i creatori tenevano conto dell’opinione del pubblico e cercavano di offrirgli ciò che chiedeva. Quello che personalmente, in qualità di attrice, trovavo intrigante era che, a differenza di quanto spesso accade nei telefilm, il personaggio di Buffy è "cresciuto" con il passare delle stagioni: da teen-ager a studentessa di college a persona adulta… seguirne la maturazione è stata una grande opportunità.

Meglio lavorare per la tv o per il cinema?
La realizzazione di una serie tv è molto più stancante: lavori un numero assurdo di ore per ben nove mesi l’anno. La realizzazione di un film ti porta via appena tre mesi e poi puoi goderti un mese di vacanza. Senza Buffy, sono decisamente più libera!

Cosa pensi delle parodie del genere horror?
Considerando che ero nel cast di Scream2, credo di poter dire che mi piacciono! (ride) Amo il cinema ed i bei film di qualsiasi genere essi siano, parodie incluse.

Hai iniziato a lavorare da bambina e sei una dei pochi esempi di baby-prodigio che funziona anche da adulta. Come hai fatto?
E’ così interessante… Non so quali siano gli ingredienti che fanno sì che una baby star continui a “funzionare” superata la maggiore età. Nel mio caso credo che molto sia dovuto al fatto che amo alla follia il mio lavoro: è sempre stata una mia scelta, qualcosa che volevo fare, non sono stati i miei genitori a spingermi. Anzi, mia madre mi permetteva di recitare a patto che andassi bene a scuola, la scuola veniva sempre prima: se i voti calavano, non mi era permesso lavorare. Mi ha aiutata anche il fatto di essere cresciuta a New York City, una capitale dell’editoria e della moda, dove il cinema è solo una delle attività possibili in un panorama vastissimo. Sì, penso di essere stata fortunata a non essere una baby-star a Los Angeles: lì tutto gira attorno al cinema, non c’è molto altro, e questo rischia di limitare la tua percezione della realtà.

So che ami la moda: quali stilisti prediligi?
L’adoro. Non ho preferenze particolari, mi piacciono tutti gli stilisti italiani. Gucci, Prada, Armani, Cavalli… davvero li amo tutti! Domani (21/11) devo andare a Milano e pensavo di approfittare per fare un bel po' di shopping ma qualcuno mi ha detto che i negozi, essendo domenica, potrebbero essere chiusi. Spero proprio di no, altrimenti dovrò limitarmi a singhiozzare guardando le vetrine dalla finestra dell'albergo!

Oltre alla tua carriera, segui con molta attenzione diverse attività benefiche. Che importanza ha per te l’aspetto umanitario?
Mia madre mi ha sempre insegnato che non importa se hai tanto o poco, avrai sempre qualcosa da offrire agli altri. Sono stata talmente fortunata ad avere avuto così tanto successo che non posso fare a meno di dedicarmi a chi ha bisogno. Potermi prodigare, soprattutto ora che sono più libera che in passato, è importantissimo.

Progetti futuri?
Sarò molto impegnata: prenderò parte al seguito di Donnie Darko per la regia di Richard Kelly e a The Warrior.

 

Cos'è The Grudge

In origine, era Ju-On: due video diretti da un regista giapponese praticamente sconosciuto. Ebbene, grazie al passaparola, sia il regista Takashi Shimizu sia l’horror da lui diretto ottengono notevole successo in patria. Tanto da attrarre l’attenzione del produttore esecutivo americano Roy Lee (già fautore del successo di The Ring, versione americana del giapponese Ringu).
“Ne avevo sentito parlare per la prima volta da un giornalista – ha dichiarato Lee - Aveva affermato che Ju-On era il film più pauroso che avesse mai visto. Me ne mandò una copia e sebbene non fosse sottotitolata, la trovai terrificante. Non riuscivo a togliermi quelle immagini terribili dalla mente”.

Vedere la pellicola e decidere di farne un remake americano è faccenda di un attimo. Lee coinvolge addirittura Sam Raimi il quale ammette: “Ju-Onè uno dei film più paurosi che abbia mai visto. Shimizu ha creato delle scene di terrore uniche. Il suo stile ed il ritmo sono inesorabili. Non ti dà mai il tempo di riprendere fiato. È chiaro che ha elevato il genere portandolo ad un altro livello”.

E così Raimi decide di realizzare il remake americano tramite la sua società di produzione, la Ghost House Pictures e di far dirigere la versione made in USA allo stesso Shimizu che, dopo qualche iniziale perplessità, accetta.

Per il cast si sceglie di non correre rischi: tra gli attori "di genere" interpellati, spiccano i nomi di Sarah Michelle Gellar (Buffy The Vampire Slayer) e di Jason Behr (Roswell). Accanto alle due star del piccolo schermo, compaiono volti più o meno noti: Grace Zabriskie (Twin Peaks), Bill Pullman (Casper), Ted Raimi (fratello di Sam). Alla crew americana, si aggiungono gli attori giapponesi fautori del successo dell’originale: Takako Fuji e Yuya Ozeki.

Il film, già in programmazione negli USA, ha riscosso un successo insperato balzando ai vertici delle classifiche dei "più visti" con incassi record (40mln di dollari nel primo week-end, 100mln di dollari in meno di un mese).

In Italia l'arrivo nelle sale, grazie alla distribuzione della "01", è slittato: dal 26/11 al 5/1/2005.

(foto: PRESS KIT 01 e copia cofanetto dvd autografato da SMG per me)