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TORINO FILM FESTIVAL 2003

                            di Danila Elisa Morelli©

Perdonateci l’allegoria ma, ad appena ventuno anni, il Torino Film Festival più che un giovanotto di belle speranze ci sembra un appassionato della Settima Arte colto e forse un po’ saccente.

E’ questa almeno la prima impressione che abbiamo avuto scorrendo il calendario della rassegna cinematografica che si terrà nel capoluogo piemontese dal 13 al 21 novembre. Un festival sensazionale ma di fatto dedicato soprattutto ai “palati forti”: non tutti conoscono cineasti del calibro di Kinji Fukasaku, João César Montero e Stan Brakhage (autore tra l’altro del coloratissimo manifesto) o sono pronti ad apprezzare l’originalità del cinema malese e “l’intensità astrale di monolito kubrickiano” (sic) che caratterizzerebbe il cinema di Aleksandr Sokurov.

L’impressione è avvalorata anche dal discorso con cui i direttori Giulia D’Agnolo Vallan e Roberto Turigliatto presentano la loro creatura: “un luogo d’incontro tra diverse esperienze di cinema e pubblico, un evento capace di prestare attenzione alle zone autoriali e geografiche più marginali o estreme, un gioco di cui ci piacerebbe che lo spettatore accettasse di inventare le regole ed in cui sapesse anche perdersi”. La nostra speranza è che il pubblico non si perda veramente ed accetti di avventurarsi in territori sconosciuti: solo così potrà godersi alcune chicche come la retrospettiva dedicata a William Friedkin o le pellicole del ciclo “Americana” tra cui spiccano Piano Blues di Clint Eastwood e This So-called Disaster con Nick Nolte e Sean Penn.