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John Milius

di Danila Elisa Morelli©

John Milius è l’ospite d’onore del Torino Film Festival 2002. Classe 1944, il regista di Conan il barbaro e di Un mercoledì da leoni (solo per citare i suoi maggiori successi) ci colpisce per l’aspetto bonario. Con quella faccia paciosa, i capelli bianchi, la corporatura robusta e qualche problema di udito (sente solo dall’orecchio destro), potrebbe essere l’incarnazione di Babbo Natale. Se non fosse così guerrafondaio. Sì, perché Milius sin dalle prime battute fuga ogni speranza di scoop: caratterialmente non è cambiato di una virgola, è sempre l’interventista di un tempo: “Il conflitto odierno è solo un capitolo di una storia che si sviluppa a partire dal XIX secolo, da quando cioè gli Stati Uniti sono emersi come superpotenza causando disagio negli altri Paesi, soprattutto in quelli dell’Est. Oggi gli USA hanno assunto un ruolo simile a quello della Roma imperiale: ciò determina una forte responsabilità”.

Cosa pensa della paura e del sospetto generati dagli attacchi dell’11 settembre?

Sono le spiacevoli conseguenze della guerra. Non le approvo e non le critico. Io, come americano, non mi ritengo in guerra contro l’Islam ma contro i nemici del mio popolo. Il sospetto nei confronti degli islamici è comprensibile così come lo fu quello che circondava gli italoamericani o i tedeschi al termine della seconda guerra mondiale.

Ma cosa pensa l’autore di Apocalipse Now della guerra?

Apocalipse Now è un film a favore dei soldati americani, non a favore della guerra, non di quella in Vietnam almeno: non è una pagina di storia americana di cui andare fieri. Iniziata per buone ragioni, fu compromessa da una tragedia: mai prima di allora un Presidente aveva mentito ai soldati. Nella guerra in Vietnam ci fu una grossa bugia per la quale soffriamo ancora oggi… Io ero l’unico del mio quartiere a voler partire per il Vietnam: non fui accettato perché asmatico. Per andare in guerra dovetti attendere Desert Storm.

Qual era il suo ruolo?

Avrei dovuto essere il fotografo ufficiale ma non feci in tempo ad arrivare sul posto che era già finita: durò solo 100 ore! Avrei proprio voluto catturare degli Iracheni con la mia 44 Magnum e pronunciare una delle battute dell’Ispettore Callaghan. Probabilmente mi avrebbero risposto “abbiamo già visto il film” (ride).

Cosa si augura nell’eventualità di una nuova guerra in Iraq?

Che sia più lunga.

Ritiene quindi che sarebbe bastato comportarsi diversamente una decina di anni fa per non trovarsi in questa situazione?

Assolutamente. Bastavano altre 72 ore: Schwarzkopf mi disse che sarebbero state sufficienti solo 72 ore per sistemare le cose una volta per tutte.

Lei si definisce “non politicamente corretto”…

Non lo sono per niente. Sebbene all’Estero si creda che il mio Paese sia a favore di un intervento, devo ammettere che oggi gli americani tendono a sinistra, soprattutto i mass media e gli intellettuali. Anche una parte di me, quella populista, tende a sinistra: non ho mai apprezzato l’aspetto liberal del pensiero americano. Mi considero uno stoico.

Data la sua libertà di pensiero, come si è trovato nell’industria cinematografica di Hollywood.

Proprio a causa delle mie opinioni politiche, sono stato a lungo inserito in una sorta di lista nera: ho rifiutato determinate espressioni del regime hollywoodiano restringendo di fatto le mie possibilità di lavoro. Sono fermamente convinto però che nella vita sia importante rispettare i propri valori: non ho mai voluto scendere a compromessi. Oggi Hollywood è un po’ come l’Unione Sovietica sotto il regime di Stalin: i registi temono di prendere decisioni sbagliate, di essere arrestati e sbattuti contro il muro, fucilati dai critici. Ed i produttori stanno peggio, tutti tesi a realizzare qualcosa di popolare. Eppure è difficile sapere cos’è veramente popolare: solo Steven Spielberg lo sa e anche lui a volte sbaglia.

Ed in questa Hollywood scorge qualche nuovo regista che le assomigli?

Sì, ci sono e sono anche molto bravi: Paul Thomas Anderson è probabilmente il migliore, il più dotato. Mi viene in mente pure David O’Russell. Sono entrambi registi molto interessati a quello che fanno e poco attenti al successo commerciale. Ci saranno sempre registi così.

Quale progetto ha in mente di realizzare nell’immediato?

E’ già ultimata la sceneggiatura del seguito di Conan ed è veramente molto bella. Il film sarà prodotto dai fratelli Wachowski, quelli di Matrix. Inizieremo le riprese non appena terminerà la lavorazione di Matrix 2 e 3.

Nella realtà di oggi intravede una figura assimilabile a Conan?

Certo: George W. Bush! (ride). No, forse il più ovvio è Sharon.

Preferisce il lavoro di regia o quello di scrittura?

Mi diverto di più a dirigere: è eccitante, molto fisico, è un po’ come andare in battaglia senza spargimenti di sangue o vittime. Cerco di essere calmo e accomodante sul set, memore di ciò che diceva John Huston: “Se alzi la voce, vuol dire che ti hanno sconfitto”. Scrivere è molto più difficile: è terribile trovarsi davanti alla pagina bianca.

A questo proposito: continua a scrivere sempre 5 pagine al giorno?

Sto cercando di aumentare la media.

Quando scrive ha già in mente un attore o la scelta è fatta a posteriori?

Non bisogna mai pensare agli attori quando si scrive, solo al personaggio. E’ veramente una bella domanda: troppo spesso capita che gli studios puntino sugli attori a discapito dello script che va modificato in base a scelte commerciali. Sotto questo punto di vista non hanno rispetto per lo scrittore, vogliono solo sapere chi apparirà nel film.

Andrà in Iraq in caso di guerra?

Temo di essere troppo vecchio.