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Torino si tinge d'Argento.

di Danila Elisa Morelli©

Un misterioso serial killer torna ad uccidere a vent’anni di distanza dai primi efferati delitti; il figlio di una vittima si ritrova nuovamente catapultato in una vicenda che aveva cercato di dimenticare; un vecchio ispettore, ormai in pensione, riprende le indagini per saldare i conti in sospeso. Sono questi alcuni personaggi di Non ho sonno, l’ultimo film di Dario Argento da oggi distribuito in 100 sale italiane.

“Fare un giallo è stato come tornare a casa” dice il regista. E, in un certo senso, Argento è tornato a casa sul serio, decidendo di realizzare la sua ultima fatica proprio a Torino, dove una trentina di anni fa girò le pellicole che gli valsero il soprannome di “Hitchcock italiano”. Certo in Profondo rosso, Il gatto a nove code e L’uccello dalle piume di cristallo le sfumature horror erano già evidenti, ma il gusto per il colpo di scena, per l’inquadratura spiazzante, per l’indagine intricata al fine di scoprire l’identità dell’assassino di turno erano quelle tipiche del giallo. Oggi, dopo aver cercato di esplorare (con alterne fortune) nuove strade, Argento ha voluto riprendere il genere che in passato gli aveva dato fama a livello internazionale.

“Era da tempo che ci pensavo, ma la nausea che mi avevano provocato le troppe imitazioni dei miei primi film continuava a bloccarmi. Poi quella fase è passata... Se sono tornato a Torino per riprendere il filo del discorso? No, sarebbe troppo facile vederla in quest’ottica. Torino ha sempre esercitato un fascino su di me, sin da quando venivo qui con mio padre... Non credo alla “città magica” o alla stregoneria, potrei credere casomai ai fantasmi, perché mi è successa una storia che è stata pure raccontata mi pare... Si dice che io da queste parti abbia incontrato un fantasma...”

Si dice?

“Si dice. Io non sono certo neanche di questo”

A proposito di “Si dice”, corre voce che la vicenda narrata nel film prenda spunto da un delitto avvenuto proprio a Torino anni fa...

“Non è vero. Io non sapevo nulla di questa Suor Rosangela di cui alcuni hanno parlato e non mi sono ispirato a nessun fatto di cronaca. Il film l’abbiamo scritto io, Franco Ferrini e Carlo Lucarelli... Quasi tutti i miei film sono inventati di sana pianta. Di vero qui non c’è niente anche se ci siamo avvalsi della consulenza della polizia, di esperti della scientifica e della mobile ”

Un serial killer braccato da due ispettori...

Sì, due personaggi che utilizzano metodi diversissimi per le indagini: il commissario Moretti è più Sherlock Holmes, Manni invece è giovane e si affida ai moderni ritrovati, analisi del Dna, computer,...

Ha scelto attori eccezionali: Max Von Sydow, Stefano Dionisi, Rossella Falk,...

“Sono tutti attori attori. Molti miei colleghi temono i grandi attori perché portano tanto di se stessi ed i registi pensano di essere schiacciati dalla loro presenza. Io invece sono deliziato dal loro apporto. Un esempio? Harvey Keitel. Mi avevano detto che era terribile, perfido, cattivissimo. E invece siamo diventati grandi amici. Per dire: io non esco mai a cena con i collaboratori. Ebbene, con lui andavo pure a cena insieme”

INTERVISTA A STEFANO DIONISI

Com’è lavorare con Argento?

Con Dario mi trovo benissimo: ha un rispetto particolare per gli attori. Il mio personaggio si chiama Giacomo, è un ragazzo che torna a Torino dopo 20 anni dall’assassinio della madre perché l’ex commissario gli chiede di aiutarlo nelle indagini. Girare a Torino è stato divertente: ho ritrovato la troupe con cui avevo lavorato per Il partigiano Johnny.

Cosa ti piace di più e cosa meno del tuo personaggio?

Mi piace il fatto di accompagnare Max Von Sydow. Non mi dispiace nulla: tendo ad amare tutti i miei personaggi perché sono finti.

Interpreti sempre ruoli molto diversi fra loro: è una tua precisa scelta?

Sì, è un modo di cercare di divertirmi il più possibile, cambiando genere, cambiando pelle.

Hai visto altri film di Dario?

Sì, Profondo Rosso. Non ho sonno gli assomiglia perché è un vero giallo, un giallo d.o.c.

Quali sono le tue aspettative?

Penso soprattutto al mercato internazionale che ha Dario. Vorrei che questo film rappresentasse un ritorno al grande successo e che lui riacquistasse quel nome che aveva negli anni ‘70-‘80 di regista giallo, di genere, innovativo, geniale. La struttura della storia è ben codificata ed amalgamata, i colpi di scena sono giusti. E’ un puzzle intricato che nasce da una breve filastrocca...

Prossimi impegni?

Vorrei prendermi una vacanza. Sono più di due anni che faccio un film dopo l’altro, non sempre rispettando i miei reali interessi. E’ molto che semino, sono stanco e vorrei fermarmi per riprendere fiato.