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Fabio... l'originale.

di Danila Elisa Morelli©

Mancava solo il bianco e nero: Sanremo 2000 più che sembrare il Festival dei cinquant’anni è apparso un Festival anni Cinquanta e Fazio, che dichiarava sornione “da me si aspettano novità”, è sembrato la controfigura di Nunzio Filogamo.

Risultato: gli spettatori non hanno potuto far altro che rimpiangere Baudo, Buongiorno e Vianello: tre “anziani” in confronto al conduttore 36eienne, ma capaci in passato di infondere un’indubbia vitalità alla celebre manifestazione.

Invece, proprio colui che avrebbe dovuto imprimere un nuovo corso a Sanremo, ha firmato uno dei festival più classici della storia.

La prima edizione del nuovo millennio si è presentata antiquata sin dalla scenografia: un’ingombrante scala barocca, un fondale ispirato nientemeno che ad un affresco del Tiepolo ed un enorme sipario dal colore rosso acceso.

A fare da cornice: l’insipido scambio di battute tra Fazio e la Sastre, la presenza ingombrante di Pavarotti, l’insolita mancanza di verve di Teocoli e Fichi d’India.

Il risultato è stato sorprendente: il Festival di Sanremo è tornato ad essere il Festival della Canzone Italiana. Nulla infatti ha potuto distogliere l’attenzione dalle canzoni in gara anche perché i tanto attesi ospiti stranieri hanno regalato ben poche emozioni con le loro esibizioni in play-back.

Sulle canzoni e sui vincitori non è il caso di pronunciarsi: non sono mai quelli che si vorrebbe vedere sul podio e spesso non sono neanche quelli che vendono i dischi. Certo non si può far finta di non avere sentito smaccate citazioni ed autocitazioni, piacevoli debutti (Samuele Bersani), ritorni (Alice, Gerardina Trovato) e conferme (Irene Grandi, Carmen Consoli, Subsonica).

Ma la conferma più eclatante riguarda proprio Fabio Fazio che grazie alla performance di quest’anno si è meritato da Emilio Fede il soprannome di “Fabio Strazio”: per ben due volte non è riuscito nella missione ufficiale di portare una ventata d’aria fresca a Sanremo. Nell’edizione 1999 ci aveva provato trascinando all’Ariston il cast di Quelli che il calcio (Teocoli e Berti a Sanremo Notte, Brosio in motorino per le vie della cittadina ligure, Beldì in cabina di regia,...): anziché innovazione ed originalità, si respirò una certa noia dovuta all’effetto deja vu. Inoltre, cantanti e canzoni erano relegati in secondo piano. In primo c’erano: le stonature di Laetitia Casta, il botta e risposta di Fazio e Dulbecco, la compresenza sul palco di celebrità e gente comune per dimostrare che “il Festival è di tutti”. L’intento del conduttore era far vedere che Sanremo è “un gioco”, mentre in realtà per molti, cantanti in testa, rappresenta un’importantissima chance.

L’unica novità fu che giornalisti e critici, tradizionali animatori del Dopofestival con vivaci polemiche, sembrarono vittime di una sorta di trance partecipando ad un’imbarazzante competizione tra chi faceva più complimenti alle canzoni in gara, ai conduttori, agli ospiti. Era il primo festival “fazista”: nessuno notò le mancate risposte o i commenti acidi rivolti a chi osava criticare alcuni atteggiamenti troppo di parte (o di partito?) e si sprecarono articoli per elogiare i super ospiti italiani (che, intascando cifre considerevoli, approfittavano della vetrina sanremese senza dover subire il meccanismo inflessibile della competizione).

La stessa cosa è accaduta anche quest’anno. D’altra parte per Fazio vale lo slogan “comunque vada sarà un successo”: qualsiasi cosa faccia è per antonomasia “originale”, “ironica”, “innovativa” (alcuni giorni fa Vincenzo Mollica, giusto per fare un esempio, lo ha definito “attento, garbato ed ironico come sempre”).

Insomma, o si parla bene di Fazio o non se ne parla affatto. Noi, ovviamente, andiamo contro corrente...

Fazio esordisce in Tv dopo aver superato un concorso Rai per volti nuovi: è il 1984 ed il ventenne di Savona debutta partecipando come imitatore al Quiz condotto da Loretta Goggi. Lo stesso anno appare anche in Sponsor City, varietà di Retequattro. In questa occasione conosce Carlo Freccero, allora direttore della rete Fininvest (oggi di Rai Due). Ha inizio un sodalizio professionale che non passa inosservato ad Antonio Ricci, l’ideatore di Striscia la notizia, il quale ha parlato senza mezzi termini di una cosca savonese: “Il loro capo è Gina Lagorio, la grande badessa, Fabio Fazio è il curato, Carlo Freccero il parroco, Tatti Sanguineti il sagrestano. Aldo Grasso, importato dalle Langhe, ha studiato lì in seminario, nella speranza di diventare vescovo”. Dopo aver partecipato a Pronto Raffaella?, Orecchiocchio, Jeans, Fantastico bis ed alla trasmissione sportiva Forza Italia, ottiene una buona affermazione personale al fianco di Sandro Paternostro in Diritto di replica.

Il 1993 è l’anno della svolta: Fazio ha l’idea, tanto banale quanto foriera di successo, di creare un programma che prenda a pretesto le partite di calcio per far parlare vip, starlette televisive e persone talmente “normali” da diventare più personaggi dei personaggi. Le trasmissioni sportive incontrano sempre il consenso del pubblico, se poi il commento delle partite è fatto all’insegna dell’ironia e al posto dei tecnici e degli esperti del mestiere si dispongono in fila ragazze di bell’aspetto, una suora che tifa la Lazio, un giornalista che ha dell’improbabile... il gioco è fatto. Nasce così Quelli che il calcio.

Se la nostra storia finisse qui, non ci sarebbe motivo di criticare la presunta originalità del conduttore. Il problema è che Fazio non si ferma e comincia a riciclare la sua “idea meravigliosa” in ogni campo possibile ed immaginabile: in pieno revival anni ’70, crea Anima Mia. Il programma si limita a riproporre oggetti di modernariato, gruppi musicali ormai dimenticati (e non a torto, come I cugini di campagna) ed icone televisive (fra gli altri, il capitano Kirk di Star Trek).

Ora, se per rispolverare quei mitici anni la gente è disposta a indossare scomodi zatteroni e odiosi pantaloni “a zampa d’elefante”, vuoi che non si metta due ore, comodamente seduta in poltrona, a vedere uno spettacolo d’evasione? Anima Mia è un successone.

Il 1998 è l’anno di Serenate. Fazio, firma il programma con una marea di autori e chiama a presentarlo uno dei volti emergenti di MTV, quell’Andrea Pezzi assurto solo di recente agli onori della cronaca per la sua love-story con l’attrice Claudia Pandolfi. Serenate si basa su una “genialata”: le dediche musicali. Da tempo le radio propongono innumerevoli trasmissioni di questo genere ed in televisione proprio MTV offre ampio spazio alle richieste degli spettatori. Il programma risulta privo di ritmo e un po’ insipido, non ottiene grandi ascolti, perde quasi subito la co-conduttrice Licia Colò e viene chiuso anzitempo.

Ma nulla pare in grado di scalfire la fama di Fazio che ottiene per i due anni a cavallo del millennio il mandato di presentare il Festival e la possibilità di superare con nonchalance il flop di Ultimo Valzer (non l’avete visto? Prendete Anima Mia, sostituite gli anni Settanta con il Novecento e vi farete un’idea del programma).

Il tutto sta a dimostrare che Fazio, l’originale, l’innovatore, in realtà odia le novità. Prova ne sia il fatto che non ha accettato sul palco dell’Ariston le “trasgressive” Platinette ed Amanda Lear e non ha voluto una bellezza italiana al posto della solita modella esotica che viene, prende i soldi e scappa. Se poi avesse scelto di rischiare con una vera conduttrice, magari che si intendesse di musica, allora sì, che sarebbe stato originale!