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INTERVISTA AD ENRICO SOGNATO

di Danila Elisa Morelli©

Alto, moro, lo sguardo profondo di chi ama indagare l’animo altrui ed il proprio: Enrico Sognato è un giovane cantautore italiano fra i più originali ed eclettici. Le sue canzoni, contraddistinte dall’ironia e dalla cura per il linguaggio, non possono essere ricondotte a nessun genere particolare. E se proprio si vuole scomodare qualche nome, il padre putativo potrebbe essere il grande e compianto Rino Gaetano.

Enrico Sognato, nato a Roma il 7/5/1969, studente di Giurisprudenza fuori corso, cantautore: tutto esatto?

Sì. Ormai penso che non concluderò il mio corso di studi anche se mancano sette esami alla laurea...

Come mai Giurisprudenza e non una facoltà più “creativa” come Lettere e Filosofia o il Dams?

Non mi sono mai definito un “artista”, è un termine abusato e facilmente travisabile. All’epoca non sapevo cosa fare e ho seguito i miei amici che si iscrivevano a Legge. Non volevo fare nemmeno il cantante: solo in seguito ho deciso di provare questa strada...

Ma la musica era già nelle tue vene: i tuoi genitori sono entrambi musicisti, tua madre cantante e tuo padre clarinettista jazz...

La musica è sempre stato il mio hobby totale. Fino a 24 anni l’ho vista come un passatempo, poi, ad un certo punto, mi sono sorpreso a chiedermi “perché devo soffrire per cose di cui non mi potrebbe fregare di meno e non cerco di fare di ciò che mi piace veramente un mestiere?”. Da quel giorno è cambiato il mio atteggiamento interiore.

E i tuoi, conoscendo già l’ambiente musicale, ti hanno incoraggiato o ti hanno prospettato le mille difficoltà di questo lavoro?

Conoscevano le difficoltà ma avevano provato questa strada quasi per gioco, senza crederci fino in fondo. Per loro era stata una sorta di passione giovanile, per me invece è qualcosa di totale.

Come ti sei accorto che avevi un talento che poteva permetterti di vivere di musica?

Quando ho cominciato a far sentire le mie canzoni ed ho visto che erano apprezzate per l’originalità. “Per fortuna” non sono cresciuto ascoltando i cantautori italiani. A livello testuale traevo spunto dalle cose più varie, dalle conversazioni con gli amici o da una persona; musicalmente invece ero influenzato da gruppi stranieri come i Depeche Mode. Quindi le mie canzoni sono nate già in una maniera che intrigava gli altri sin dal primo ascolto.

Alcuni giornali indicano “Enrico Sognato” come tuo album di esordio. In realtà il tuo debutto a 33giri, “Cambierei figurine con chiunque”, è del 1995. Mi sono persa qualcosa nel frattempo?

Ho avuto l’onore di pubblicare un cd singolo con un testo di Stefano Benni, uno dei miei scrittori preferiti. In un suo libro lessi la “Canzone del pirata”, decisi di musicarla e gli mandai il nastro. Se ne innamorò. Questo singolo è stato pubblicato e distribuito nel circuito delle librerie.

Cosa è successo nell’intervallo di tempo fra i due album?

Ho fatto il servizio civile nella Croce Rossa, ho dato alcuni esami all’Università. E’ stato un periodo di confusione perché non sapevo bene cosa fare...

La crisi a cosa era dovuta?

Mah, ero un po’ deluso. L’album del 1995, nonostante il clamoroso successo del brano “X... mi hai fatto perdere la testa”, aveva venduto poco. In più, dopo l’eliminazione a Sanremo Giovani, mi sono sentito totalmente abbandonato dalla mia casa discografica. Credevo moltissimo nel mio progetto e ho dovuto affrontare un periodo di battaglie e di riflessioni. Io stesso avevo bisogno di chiarirmi le idee...

Una parola su Sanremo: per il lancio di entrambi gli album, hai preso parte al più discusso festival italiano, nel 1995 con “X mi hai fatto perdere la testa” (a Sanremo Giovani) e nel 2000 con “E io ci penso ancora”... Alcuni tuoi colleghi snobbano la manifestazione ligure. Tu cosa ne pensi?

In Italia Sanremo è una sorta di tappa obbligata: tutte le case discografiche provano a mandarvi i loro cantanti. Quest’anno ho avuto la fortuna di essere con una casa discografica, la Universal, che non mi ha vincolato permettendomi di presentare un pezzo anomalo, veloce, con un ritornello sempre diverso... Comunque il Festival sta cambiando: non è più il tempio della solita canzone, anche se poi vince sempre quella. Capita sempre più che ci vadano anche persone che hanno qualcosa da dire fuori dal coro.

Hai accennato all’aspetto lessicale delle tue canzoni. Proprio in “E io ci penso ancora” si nota una certa ricercatezza verbale: mi riferisco all’uso di termini insoliti per una “canzonetta”. Addirittura citi “l’altopiano”...

L’uso di alcuni termini mi è naturale per formazione culturale. Credo che alcune parole abbiano più significato di altre... “Altopiano” è un termine suggestivo, riporta alla mente immagini forti, ha un sapore forte. Comunque quando scrivo una canzone tento di non rimaneggiarla troppo per non farla divenire artefatta.

E come inizi a scrivere le tue canzoni: da cosa trai spunto, come appunti le tue idee?

Ho sempre avuto la mania di girare con un miniregistratore. Ora ho acquistato un cellulare che mi permette di memorizzare 3’ di audio. Credo che l’ispirazione sia una forma di lavoro, va cercata quotidianamente. L’ispirazione pura, quella vera, può venire in qualsiasi momento ed in qualsiasi occasione. Io osservo molto le persone, il loro modo di dire le cose e con quale intenzione. Per questo motivo ho la capacità straordinaria di ricordarmi a distanza di anni anche chi ho incontrato una sola volta. Mi infastidiscono quelli che non si accorgono degli altri...

Che idea ti sei fatto dell’ambiente musicale?

E’ un ambiente come tanti: ci sono i buoni, i cattivi, gli invidiosi, i generosi,... Certo, c’è gente “montata”, ma ce n’è tanta che fa questo mestiere con successo e rimane genuina e generosa. Carmen Consoli è una di queste. Quest’estate ho la fortuna di poter aprire quasi tutti i suoi concerti ed è una bella esperienza anche perché il suo pubblico è molto esigente e sta dimostrando di apprezzare il mio progetto.

La tua canzone preferita?

“Friday I’m in love” dei Cure.

Tra i cantanti italiani chi ami di più?

Rino Gaetano ed il Lucio Dalla degli inizi. Adesso non ascolto praticamente nulla: un tempo si amava sperimentare, ora le case discografiche tendono a metterti addosso un’etichetta che ti vincola. Da questo punto di vista io sono fortunato.

Prossimo appuntamento discografico?

A settembre esce il mio nuovo singolo, “La bacheca dei microsentimenti”. E’ un pezzo molto particolare e mi rappresenta in pieno.