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INTERVISTA AD ELISA

di Danila Elisa Morelli©

Tre anni fa il suo album di debutto, Pipes & Flowers, vendette circa 300mila copie. Quello nuovo, Asile’s World, a due mesi dall’uscita ne può vantare già 100mila distribuite ed un concreto interessamento da parte del mercato discografico statunitense. Stiamo parlando della cantautrice Elisa, una delle artiste più interessanti del panorama musicale italiano ed internazionale. A vederla è uno scricciolo che si nasconde dietro ad un paio di occhiali da sole celesti. Eppure questa ventiduenne di Monfalcone ha una grinta inusuale ed una voce potente ed originale. In questi giorni è in giro per l’Italia per partecipare a festival e manifestazioni estive. In autunno partirà per un tour tutto suo che dovrebbe concludersi con otto tappe all’estero.

Per rompere il ghiaccio: quale domanda vorresti che ti facessi e quale no?

Mi piacerebbe poter rispondere a molte, che riguardino comunque la musica. Quella che non gradisco mai è “perché canti in inglese?”.

Nei tre anni che separano Pipes & Flowers da Asile’s World, hai cambiato praticamente tutti i musicisti della band, sei passata dal produttore Corrado Rustici (già collaboratore di Zucchero e di Whitney Houston,...) ad Howie B, Roberto Vernetti e Leo Z. Inoltre, in un’intervista pubblicata sul tuo sito (www.elisaweb.com), dichiari che i due album “non hanno niente in comune” a parte il fatto di essere entrambi tuoi. Questi cambiamenti da cosa sono dipesi: dalle circostanze, da una precisa volontà? Cosa cercavi di realizzare con questo nuovo lavoro?

Cercavo di fare qualcosa di “vero”. Avevo un sacco di materiale, circa 40 canzoni. Cercavo di uscire un po’ dallo schema degli arrangiamenti. Il primo disco era molto pop-rock.

So che Rustici amava rielaborare completamente i tuoi brani.

Sì, come arrangiamenti ha uno stampo molto rock, pop-rock. Ed è perfetto, non intendo criticarlo. Solo che la sua è un’impostazione molto forte, lavora così. Invece io sono approdata a generi diversi e volevo che queste sfumature si avvertissero in “Asile’s World”.

Ti sembrava che l’album precedente avesse un’impronta troppo decisa?

No, non è che ho pensato a cosa potesse essere sbagliato in “Pipes & Flowers”... Dopotutto in quel periodo mi riconoscevo maggiormente in quel tipo di musica, ascoltavo altra roba...

Cos’è cambiato nei tuoi gusti musicali?

Ora ascolto molta più elettronica, musica tecno,...

E quando avevi 13-14 anni cosa ascoltavi?

Tanto heavy metal. Iron Maiden, Metallica, Testament, School Girls.

Qual è stata la tua formazione musicale a livello di studi: canti e suoni chitarra e pianoforte. Come hai imparato?

Non ho mai studiato chitarra, sono anni che la “strimpello”. Ho studiato un po’ pianoforte. In realtà poi ho fatto solo una lezione di canto. Per imparare la respirazione.

Essendo praticamente un’autodidatta, quando componi la parte musicale delle canzoni usi gli spartiti, le note o cosa?

Ho dei sequenzer elettronici con cui programmo.

So che stai compiendo una sorta di ricerca vocale. In cosa consiste?

Sto cercando di tornare al mio timbro originale perché quando si impara a cantare, per forza di cose, si tende ad imitare qualcuno. Io mi sto avvicinando sempre di più a quella che è la mia vera voce.

Dal punto di vista creativo, quando e come scrivi le tue canzoni: prendi appunti in modo metodico, aspetti l’ispirazione? Ci sono momenti particolari in cui hai notato di essere più propensa a comporre?

Ci sono dei momenti in cui posso scrivere e altri in cui non posso. Ho notato che di solito l’ispirazione arriva ogni 15 giorni più o meno. Non c’è un momento preciso nell’arco della giornata...

E uno stato d’animo?

Sì, può essere legato alla sofferenza, ma solo in parte. Bisogna anche imparare a capire come tradurre le sensazioni più disparate anche se è più facile tradurre la sofferenza che la felicità.

La felicità si vive e basta mentre la tristezza bisogna esternarla?

No. Sembra che stranamente per l’essere umano la felicità sia più scontata o banale della sofferenza mentre in realtà è esattamente il contrario.

Quanto conta nella tua vita di artista la tua famiglia e quanto è contata in passato?

Non ho una famiglia molto tradizionale, è un po’ fuori dagli schemi. Non mi hanno mai né aiutata né ostacolata. Ovviamente hanno avuto i loro momenti di “sbandamento” a causa del mio lavoro, ma non c’entrano molto con la mia vita artistica. A parte mia sorella Elena che è la mia manager.

C’è qualche artista italiano che ti piace particolarmente?

Sì, i Tiromancino.

So che hai in progetto un musical intitolato “Le creature del suono”. Ti va di parlarne?

Sì. E’ ancora in fase embrionale, sto ancora cercando i collaboratori per realizzarlo. E’ una favola in cui si narra di una specie di esseri viventi che nascono dalla composizioni musicali.

Sarà in inglese?

Non lo so. Credo che debba essere nella lingua del luogo dove si rappresenta.

Una curiosità personale: com’è nata la tua bellissima canzone di debutto “Sleeping in your hands”?

L’ho scritta una mattina. L’ispirazione è stata una foglia, la mano ed una foglia. La cosa che dorme nelle mani è la luce.

Qual canzone preferisci tra le tue? E tra quelle di altri?

Tra le mie è difficile, non lo so. Forse proprio “Sleeping in your hands”, è la più semplice. Tra le altre: “Sitting on the dock of the bay” di Otis Redding e “La femme fatal” dei Velvet Underground.

Quale fase ti stimola di più: la creazione, i concerti, il lavoro in sala d’incisione,...?

Mi piacciono tutti pur essendo momenti molto diversi. Adoro fare i demo, perché quando li fai non c’è ancora niente di ufficiale. Hai una libertà totale anche se poi li tieni per te e non divengono niente di commerciabile.

Quanto ti piace o non ti piace l’ambiente dello spettacolo? Intendo tutto ciò che gravita intorno al tuo lavoro di musicista. Immagino che ci sia molta ipocrisia...

Guarda, io vivo nel posto in cui sono nata e non mi sposto anche per questo motivo. Odio le grandi città perché c’è tanta solitudine... Mi fa abbastanza schifo l’ambiente che gira intorno alla musica.

Preferisci quindi vivere a Monfalcone, restare un po’ isolata?

Non preferisco, devo. Altrimenti vomiterei continuamente.