www.dael72.net

IN PRIMO PIANO

SHOWBIZ

CULTURA&SCIENZE

MOTE

WHO'S WHO

GALLERY

TOURING

homepage

@

Dio ne scampi dagli Orsenigo

di Danila Elisa Morelli©

L’appuntamento è al “Convitto delle Vedove e Nubili” di Torino. E’ qui infatti che sta per essere dato l’ultimo ciak delle riprese di Maurizio tra due donne (titolo provvisorio), film in costume tratto dal romanzo Dio ne scampi dagli Orsenigo di Vittorio Imbriani.

E’ un lunedì gelido. Armata di Tuttocittà, raggiungo con l’automobile la collina torinese ed imbocco la salita che porta al grande edificio. Parcheggio nell’ampio piazzale, recupero il mio kit da “giornalista d’assalto” e mi incammino lungo il selciato. Attorno a me c’è un silenzio tombale: i soli indizi del lavoro che si svolge all’interno del convitto sono i camion carichi di attrezzature cinematografiche ed il muto viavai di tecnici che escono ed entrano dalla porta d’ingresso.

Il custode mi indica la scalinata che dà accesso al set. Arrivata alla sua sommità, mi si para davanti la seguente scena: alcune crocerossine d’inizio Novecento conversano amabilmente con i tecnici, gli operatori impostano le luci, un medico traffica con la macchinetta del caffè, un soldato ride con alcuni commilitoni feriti. Improvvisamente i soldati spariscono dietro ad una pesante porta di legno, il medico rinuncia al suo caffè, le infermiere si rassettano le vesti, i tecnici prendono i loro posti... “Silenzio”... “Si gira”.

Non conoscevo il racconto di Imbriani. L’ho letto in una giornata e ne sono rimasta piacevolmente sorpresa. A prima vista potrebbe sembrare il classico feuilleton in cui è narrato un triangolo amoroso ambientato a metà Ottocento: personaggi altolocati, passioni adulterine, duelli all’ultimo sangue ne sono i tipici ingredienti.

Sin dalle prime pagine però l’autore non solo mescola le carte in tavola ma gioca proprio d’azzardo. La trama si presenta infatti incredibilmente ricca di spunti interessanti, di caratteri non così stereotipati come si potrebbe pensare, di un’ironia e di un sarcasmo in grado di sgretolare qualsiasi apparenza. Il protagonista poi ricorda caratterialmente i vari Oblomov e Zeno della letteratura novecentesca, una sorta di “uomo senza qualità” ante litteram. Inoltre, Dio ne scampi dagli Orsenigo, pur essendo stato pubblicato nel 1876, ha uno stile modernissimo. Un esempio: l’uso dell’onomatopea che tanta fortuna avrà mezzo secolo più tardi presso i futuristi.

Un bel romanzo che ha anche il pregio di essere breve (155 pagine nell’edizione della BUR), il che non è poco se è vero ciò che diceva Oscar Wilde: “Chiunque può scrivere un romanzo in tre volumi: ciò richiede semplicemente una totale ignoranza della vita e della letteratura”.

Protagonista della storia è il capitano Maurizio Della Morte (“bel giovane e di cuore, meno terribile del suo cognome”), amante della bella Almerinda, moglie trentenne di un anziano consigliere di cassazione. La loro relazione continua fino a quando la donna, preda dei sensi di colpa, trova un insperato aiuto nell’amica Radegonda la quale si offre da intermediaria per rompere il rapporto, salvo poi innamorarsi del bel Maurizio e sopporta qualsiasi angheria pur di restargli accanto...

La scena è finita. Fra un ciak e l’altro, posso intervistare i protagonisti di questa intrigante vicenda.

La prima a raggiungermi è Radegonda, alias Alessandra Casella. Nei panni di crocerossina è difficile riconoscere l’interprete della parodia di Lilli Gruber (in La TV delle ragazze) o la conduttrice della rubrica letteraria A tutto volume.

Immagino tu abbia letto il libro a cui il film si ispira. Cosa ti ha colpita?

Devo ammettere di averlo letto per il film. Non lo conoscevo prima... La ferocia è sorprendente, ed è la cosa straordinaria che secondo me c’è anche nel film. Questa è una storia d’amore cattiva. E’ terribile: non c’è un personaggio che si salvi...

Un film in costume in cui si racconta una relazione adulterina che, seppur spostata cronologicamente dal 1865 al primo Novecento, prevede situazioni un po’ retrò: pensi che il pubblico, soprattutto giovanile, possa esserne interessato?

Hai toccato la piaga dolente. Questo è un film che potrebbe piacere anche ai giovani se lo andassero a vedere... Certo, non ci sono Aldo, Giovanni e Giacomo, non c’è Pieraccioni, non ci sono attori conosciuti al grande pubblico perché provengono tutti dal teatro e meno male, perché coi tempi ristretti che avevamo bisognava essere in grado di fare pochi ciak: noi dovevamo essere bravi subito, le luci dovevano essere perfette subito, non c’era pellicola da sprecare... E’ un film difficile: è un film di sottotesti, checoviano, intenso... Avevamo dei tempi da soap-opera e dovevamo realizzare un prodotto di qualità. Spero che abbia la possibilità di accedere ad un festival. Allora forse ci sarebbe anche un ritorno e soprattutto non resterebbe solo tre giorni in programmazione come accade per il 90% dei film italiani.

Come sei entrata nel progetto?

Alberto (Ferrari, il regista) si ricordava di quando facevo teatro drammatico, mi aveva vista tante volte in scena e sapeva quello che potevo fare. Penso che nessuno mi avrebbe affidato una parte così bella e così intensa se non avesse visto quello che avevo già fatto...

Com’è la tua Radegonda?

Ho cercato di modernizzarla leggermente. Con Alberto abbiamo deciso di attualizzarla, di non mantenere troppi atteggiamenti d’epoca. Il libro dà indicazioni straordinarie da leggere, incamerare e dimenticare... Radegonda è retta ma di un egoismo spaventoso. Vive questa storia d’amore penosissima, come tante donne oggi vivono il martirio non richiesto di un rapporto al limite del sadomasochismo... La incontri tutti i giorni questa specie di finta eroina.

Tra le varie donne della letteratura, qual è quella in cui ti identifichi maggiormente?

Rossella O’Hara, senz’altro. Per la sua grinta. Però vorrei interpretare un personaggio che non è letterario, ma ha a che fare con la letteratura: la moglie di Oscar Wilde. Il mio sogno è di scrivere un film su di lei perché è stata di un coraggio straordinario. Lei sì era un’eroina reale perché vedeva suo marito per quello che era, per come era, ma lo amava così, non chiedeva altro.

Cinema, teatro, tv, radio: cosa preferisce Alessandra Casella?

Più di tutti amo il cinema anche se lì lì con il teatro. Il cinema ha ancora una magia che mi incanta. La radio è forse il posto dove mi sono trovata meglio perché non c’è immagine: parlano il cuore e la testa direttamente al cuore ed alla testa della gente. Per una mia trasmissione che si occupava di libri era il mezzo più consono perché entrambi mettono in gioco fantasia, sensibilità ed immaginazione. La televisione sarebbe uno straordinario mezzo di espressione se fosse fatta bene, cioè con un minimo di rispetto del pubblico: sono stanca di sentirmi trattata, come pubblico, da cretina. C’è molta più gente intelligente di quello che si pensa...

Il regista ha bisogno di Radegonda. In cambio è disposto a “prestarmi” Almerinda. Anche lei è in versione crocerossina, si chiama Francesca Giovannetti ed è alla sua prima esperienza cinematografica. Mi spiazza subito: non ha letto il libro...

G: E’ una scelta voluta perché il mio ruolo è molto diverso da quello raccontato nel romanzo. Almerinda in questo film è una donna volitiva, coraggiosa, razionale mentre nel racconto di Imbriani risulta un personaggio più debole, più semplice.

Alcuni attori considerano il costume di scena determinante per immedesimarsi in un personaggio: per te è lo stesso?

Assolutamente. Soprattutto in un ruolo catapultato in un’altra epoca: indossare un bustino che ti dà una postura diversa da quella cui sei abituata, degli abiti che ti costringono nei movimenti, una parrucca in grado di stravolgere la tua fisionomia... entri letteralmente “nei panni” del personaggio. Il primo giorno, quando mi sono guardata allo specchio, ho avuto uno shock, non mi riconoscevo.

Quali sono le tue aspettative?

Mi auguro che questo film possa essere una buona vetrina per continuare su questa strada. Prossimamente dovrei interpretare un commissario di polizia tipo la Jodie Foster de Il silenzio degli innocenti. E poi ho qualche progetto televisivo, perché recentemente mi sono prestata alla conduzione televisiva ed è un’esperienza che mi piace molto...

Ed ecco arrivare Maurizio Della Morte. Non me l’ero immaginato così, ma mentre chiacchieriamo, comincio a pensare di trovarmi davanti proprio il capitano descritto da Imbriani. In realtà, seduto a cavalcioni sulla poltrona, c’è Gianmarco Piacentini, classe 1963, un passato da musicista e studi teatrali compiuti tra San Diego e Milano.

Maurizio Della Morte è il tuo primo ruolo da protagonista nel cinema. Come ci sei arrivato?

Conoscevo Alberto Ferrari perché ho lavorato con lui in teatro. Mi ha chiamato per un provino su parte: quando mi sono presentato invece di mezz’ora sono stato “torchiato” per un’ora e venti. Eravamo in tantissimi ed io ero uno degli ultimi... Alla fine ero stremato: mi aveva fatto preparare una ventina di pagine a memoria e quando sono arrivato mi ha detto di metterle da parte e di andare a braccio. Poi mi ha fatto fare altre cose: un pezzo di Pirandello, un pezzo dell'Amleto, uno della Cantatrice calva. Insomma mi ha fatto un provino massacrante.

Hai letto il romanzo?

Me lo sono mangiato: si legge in due giorni! E’ molto narrativo, descrittivo. Vittorio Imbriani è un eclettico: mi piace. Ha uno stile particolare, molto quotidiano.

Come ti sei immedesimato nella parte?

Mi sono scritto sei o sette pagine di come è lui: com’è quando fa la spesa, quando fa l’amore, quando è con sua madre,... Maurizio è un guascone, un simpatico, un edonista, un romantico, è passionale, quando si innamora si innamora veramente...

... di Almerinda. Con Radegonda sembra subire un rapporto non voluto.

Come tutti gli uomini: il maschio è comunque uno che subisce dalla donna perché la maggior parte degli uomini sono codardi e vigliacchi. Se un rapporto non soddisfa, le donne dicono “Basta, mi hai stufato”; l’uomo invece, piuttosto di lasciare una donna, va con altre trenta rimanendo sempre e comunque con la prima... Per questo motivo credo che la storia sia attualissima: queste cose succedono ancora oggi.

Cosa potrebbe spingere gli italiani a vedere Maurizio tra due donne?

Potrei dirti tante cose e niente: il film è romantico, bello, agghiacciante. Io vomito, piango, mi emoziono, sono passionale, faccio il gagà, mi batto in duello per onore,... Spero che il film abbia la chance di partecipare a qualche Festival importante, che abbia visibilità.

Quali sono le aspettative nei confronti di questo ruolo e quali le future aspirazioni?

Questa è una bellissima domanda. Il mio personaggio è a 360 gradi, ha diverse sfaccettature. Ora sono malato: mi vedi con le occhiaie, la barba, sembro un disgraziato. Subito dopo sono in alta uniforme e faccio il grande. E’ chiaro che mi migliorerò con il lavoro ma penso di aver dimostrato le mie capacità: è una sorta di mega-provino, come quello che mi fece Alberto per scegliermi...

Le riprese sono terminate. Il regista Alberto Ferrari mi raggiunge, evidentemente stremato.

Come mai Imbriani?

L’idea nasce da me e da Luigi Lunari, che ha curato la prima riduzione dal romanzo. La scelta è caduta su quest’opera perché Imbriani descriveva in modo esemplare la storia di un uomo che è sconfitto dalla vita. Un uomo solo, che fa tutto ciò che non vorrebbe fare, che non decide nulla perché tutto viene deciso sopra di lui: sta con una donna che non ama, ne ha lasciata un’altra senza combattere. C’è molto Checov in questo Imbriani...

Per la prima parte il film segue l’impostazione del romanzo poi la vicenda si discosta dall’originale anche geograficamente: Torino prende il posto di Milano e Firenze. Come mai?

Abbiamo spostato l’azione a Torino perché conserva quell’effigie un po’ sabauda e retrò che cercavo. Il film ci guadagna perché Torino ha degli esterni adattissimi allo scopo mentre Milano è stata molto ricostruita e Firenze non possiede più certi aspetti dell’epoca. Caso vuole poi che sia stata una scelta vincente anche per la produzione, grazie alla collaborazione della Unistudio di Venaria.

Secondo quali criteri sono stati scelti gli attori?

Quando penso ad un lavoro, vedo subito i miei protagonisti ideali. Gianmarco secondo me è perfetto perché incarna lo sguardo disorientato del protagonista. Il suo personaggio è complesso: è una bella prova d’attore per lui che ha questo sguardo perplesso, un po’ strano, melanconico, che mi ha colpito. E’ un bel ragazzo ed è soprattutto un bravo attore: requisito necessario perché questo è un film “di parola”.

Francesca Giovannetti è l’Almerinda che volevo: una donna dall’aspetto normanno, così diversa dal marito napoletano... Infine, la Radegonda di Alessandra Casella è perfetta: milanese, bella, dura, energica, molto intellettuale. Scopre la passione che la annulla completamente.

Nel libro c’è la figura del narratore cui spetta il compito di sottolineare con sarcasmo determinate situazioni. E nel film?

L’espediente è stato quello di far vedere il protagonista dire una cosa e pensarne un’altra... E poi ho immaginato tutto in flashback: Maurizio di mezza età, al suo scrittoio, intento a scrivere su un diario “Vi racconto del giorno in cui ho ucciso mia moglie...”. Da lì parte il racconto che si conclude con la scoperta che in realtà Maurizio non ha mai ucciso Radegonda.

Perché un film in costume?

Quando abbiamo deciso di realizzare questo progetto e di presentarlo al Ministero (il film è finanziato dalla Presidenza del Consiglio di Ministri come opera d’interesse culturale nazionale), volevamo che avesse una forte connotazione culturale... Sono felice di aver fatto un articolo 8 perché è quanto di più certo e sicuro esista come finanziamento. Ogni centesimo del film è verificato otto volte dal Ministero, dalla Banca Nazionale del Lavoro. Non ci sono più le operazioni discutibili del passato.

Vittorio Imbriani: ritratto dell'autore.

Nato a Napoli nel 1840, figlio di Paolo Emilio e nipote dei patrioti Alessandro e Carlo Poerio, diciottenne si recò a studiare presso il Politecnico di Zurigo dove conobbe Francesco De Sanctis. Allo scoppio della seconda guerra d’indipendenza, lasciò gli studi per arruolarsi come volontario: combatté nel 1859 e nel 1866, fu prigioniero in Croazia. Patriota, conservatore ed erudito, la sua forte personalità e l’intransigenza del suo carattere lo portarono spesso a polemiche e a duelli con chi non ne condivideva le tesi politiche e letterarie. Personaggio scomodo, fu ostacolato da molti. Giornalista e polemista vivace, collaborò con De Sanctis all’Italia ed avversò la sinistra nell’Araldo e nel Fanfulla. Morì per un male incurabile a soli 48 anni subito dopo aver ricevuto la nomina a lungo desiderata di docente di estetica presso l’Università di Napoli. Oltre a Dio ne scampi dagli Orsenigo, uno dei migliori esempi della narrativa ottocentesca italiana, ha scritto i racconti Mastro Impicca (1874) e Per questo Cristo mi feci turco (1883), tutti animati da uno stile stravagante e paradossale, caratterizzato da una forte componente satirica e da un linguaggio duro ed aggressivo.