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Intervista a Carmen Consoli

di Danila Elisa Morelli©

In soli cinque anni è riuscita a segnare il panorama musicale italiano ottenendo il soprannome di “cantantessa” e riscuotendo grande successo grazie alle sue canzoni originali ed alla sua particolare vocalità. Carmen Consoli, nata a Catania il 4 settembre 1974, possiede indubbiamente un carisma inusuale che le permette di spaziare da un genere all’altro senza temere di perdere una fetta del suo pubblico. In questa estate 2000, mentre il suo ultimo singolo Parole di burro spopola nei palinsesti radiotelevisi, Carmen è impegnata nello Stato di necessità Tour 2000. Girerà l’Italia sino al 30 settembre prossimo insieme alla sua band ed alle sue due inseparabili chitarre, una Taylor ed una Fender Jaguar del 1969. Nel corso di ogni concerto, oltre a proporre una selezione dei brani più celebri tratti dagli album “Due parole” (’96), “Confusa e felice” (’97), “Mediamente Isterica” (’98) e “Stato di necessità” (2000), si diverte a rivisitare i classici di artisti come Aretha Franklin Janes e Otis Redding. La intervistiamo mentre si sposta sulla Agrigento-Catania per raggiungere una tappa del suo tour.

26 anni, 4 album alle spalle, una tournée di circa 40 tappe e poi? Ti concederai un po’ di vacanza?

Non credo proprio: prima del febbraio 2001 non se ne parla.

4 album in 5 anni: come riesci a tenere questo ritmo? Parafrasando il titolo del tuo ultimo LP, per te è uno "stato di necessità" comunicare attraverso la musica?

Sì, è esattamente uno stato di necessità. Ho il bisogno, direi quasi l’urgenza, di comunicare attraverso la musica.

Una necessità che hai sentito prestissimo: a 9 anni suonavi già la chitarra, a 15 facevi parte di una band catanese, ...

Sì. Mio padre, musicista, mi ha cresciuta a pane e chitarra. Ho cominciato con una chitarra classica con le corde di nylon ed il manico molto largo, poi sono passata a quella elettrica. Certo a 9 anni con l'elettrica facevo rumore più che musica... Suonavo tutte le canzoni con il giro di DO tipo "Il cielo in una stanza", "Sapore di sale", "La gatta",...

Comunicare come stato di necessità: hai sempre pensato alla musica o hai valutato anche l’opportunità di utilizzare altri mezzi di comunicazione?

Per il momento mi concentro solo sulla musica. Penso di dover ancora perfezionare questo strumento di espressione... Devo e voglio raffinarmi.

Ricordo una tua partecipazione ad inizi di carriera in una trasmissione televisiva: avevi i capelli lunghi, presentavi una cover di Janis Joplin. Ti scusasti per il tuo timbro di voce che poteva non rendere... Adesso la tua vocalità è quasi un marchio di fabbrica. Come hai "trovato" questo timbro?

Ti ringrazio per il complimento. La voce è quella mia naturale, con una particolarità: quando canto in italiano è così, quando lo faccio in inglese diventa totalmente diversa. Questo capita perché la lingua porta con sé una propria musicalità...

So che "Amore di plastica", il brano che ti ha lanciata nel 1996, è il frutto di una collaborazione con uno dei cantautori italiani più interessanti e sottovalutati, Mario Venuti. Sempre con Venuti hai realizzato uno dei tuoi singoli di maggior successo, "Mai come ieri". Come nacque questa collaborazione?

Venuti mi ha vista nascere come cantautrice. Andai da Mario, che tra parentesi per me era ed è uno degli artisti più validi del panorama italiano, per fargli sentire il mio primo pezzo con il quale sarei dovuta andare a Sanremo Giovani, "Quello che sento". Volevo farmi dare un consiglio. Mario mi aiutò in modo costruttivo: sistemò il brano senza però toccare una virgola di quella che era la sua struttura, la sua anima. Andai a Sanremo Giovani e mi presero... Poi scrivemmo insieme "Amore di plastica". Un artista agli inizi ha due possibilità: o trova chi come Mario ti dà fiducia spronandoti senza tentare di cambiarti o chi ti tarpa le ali, magari affibbiandoti un'identità non tua... Gli sarò sempre grata per l'appoggio che mi diede...

Ci sono altri artisti nella scena musicale italiana con cui ti piacerebbe collaborare?

Sì, tutti. Secondo me ogni artista è interessante a suo modo.

Nell'ultimo album sei accompagnata dai 33 elementi dell’Orchestra di Roma diretta da Paolo Buonvino, in tournée ti presenti con 2 archi e dici sempre che uno dei motivi per cui partecipi a Sanremo è l'opportunità di poter suonare con un'orchestra. Conta molto per te poter suonare dal vivo?

Moltissimo. E' l'attività che più prediligo...

Quindi nell'ambito del tuo lavoro di musicista, prediligi l'esibizione?

Sì. Ti dirò di più, il mio rapporto con il pubblico è idilliaco. Non mi crea alcun problema esibirmi. Sul palco brillo di gioia: è l'unico momento nel quale sono proprio spensierata. A Sanremo, ad esempio, era talmente serena che ho mangiato sia prima sia dopo l'esibizione... Comunque amo tutti gli aspetti della mia professione, tranne il fatto che viaggiando spesso non posso coltivare i miei affetti e in genere i rapporti interpersonali. Sono sempre in giro.

Si è molto soli facendo questo mestiere?

Sì. Io cerco di evitare la solitudine portando i miei amici in tournée! La mia comitiva di Catania mi segue in ogni tappa. Sono parte integrante della mia band che è formata da nove elementi.

In una recente intervista, Enrico Sognato (che apre quasi tutte le tappe della tua tournée) ha sottolineato più volte la tua estrema umiltà e generosità. Come vivi il tuo successo?

Lo vivo nell'incoscienza e nell'inconsapevolezza. Non me ne rendo pienamente conto. Forse realizzerò quello che mi sta succedendo quando avrò una cinquantina d'anni...

E come ti immagini a 50 anni?

Una donna equilibrata. Un tipo ironico e scanzonato, un tipo alla Laurito per intenderci. Una donna serena, rassicurante, circondata da una bella famiglia... Mi immagino molto siciliana...

A proposito di siciliana: so che sei molto legata alla tua Catania... Come definiresti la tua città?

In una parola? Artistica.

Quanto spazio credi che ci sia per la musicalità cantautoriale al femminile?

Ce n'è molto secondo me. Comunque credo che non bisogna attendere che siano gli altri a dare un input... Bisogna imporsi con le proprie cose, conquistarsi lo spazio. Inoltre non credo che nell'arte esistano differenze tra uomini e donne.