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CENTO ANNI DI SHAKESPEARE AL CINEMA.

di Danila Elisa Morelli©

Se nel 1599 fosse esistito il cinematografo, Shakespeare sarebbe stato il più grande regista del suo tempo. Si può dire che egli scrivesse per il cinematografo quando spezzettava l’azione in una serie di piccole scene ed anticipava così la tecnica dello schermo, impaziente com’era, e come si dimostra in molti drammi, delle limitazioni paralizzanti del palcoscenico” - Sir Laurence Olivier -

William ShakespeareDopo la scorpacciata fatta nelle ultime stagioni cinematografiche ed il successo tributato alla pellicola che ne romanzava la vita, dite la verità: pensavate che per un po’ lo spirito di William Shakespeare avrebbe potuto riposare in pace.

Invece la tendenza (o sarebbe meglio dire: l’impegno) a trasferire su pellicola le vicende narrate dal celebre bardo non accenna a diminuire, anzi: Sogno di una notte di mezza estate, Titus, Pene d’amor perduto sono solo alcuni film di prossima uscita tratti dalle sue opere. Senza voler considerare Dieci cose che odio di te, rivisitazione moderna e giovanilistica della Bisbetica domata, e Sud Side Story, l’attesa pellicola della regista Roberta Torre che sin dal titolo richiama uno degli adattamenti più celebri di Romeo e Giulietta, West Side Story.

D’altronde proprio in questi giorni ricorre il centesimo anniversario della prima trasposizione cinematografica di un’opera shakespeariana: era infatti il settembre 1899 quando l’attore e impresario inglese Herbert Beerbohm Tree filmò il suo allestimento di King John. Il filmato durava circa quattro minuti, era privo di sonoro e costituiva una sorta di spot promozionale per la compagnia teatrale del regista.

Da allora in poi, il rapporto tra Shakespeare e la Settima Arte è continuato quasi ininterrottamente perché, come afferma Emanuela Martini nel volume da lei curato Ombre che camminano: “Shakespeare scriveva per il teatro, per il pubblico, per essere rappresentato (e vendere); perciò è come se avesse scritto per il cinema”.

UN PO’ DI STORIA Di questa peculiarità dovettero accorgersi anche le prime case di produzione cinematografiche che non persero tempo per avventarsi sulla ricca bibliografia shakespeariana. Tanta e tale era la smania di riprodurre su pellicola quei classici della letteratura inglese che negli anni del cinema muto, totalmente inadatto a rendere la ricchezza e l’arguzia dei testi shakespeariani, furono realizzati un centinaio di cortometraggi fra cui: tre Antonio e Cleopatra, quattro Giulio Cesare e Riccardo III, cinque Re Lear, sei Bisbetica domata, sette Otello, nove Romeo e Giulietta e dodici Amleto.

Proprio dell’Amleto vale la pena ricordare due versioni un po’ particolari: quella del 1899 e quella del 1920. In entrambe il principe di Danimarca era interpretato da donne (nell’ordine, Sarah Bernardt e Asta Nielsen), cosa inconcepibile nel teatro elisabettiano del Seicento che prevedeva solo attori uomini per ruoli maschili e femminili.

Nel 1912 venne presentato al pubblico il primo lungometraggio dal titolo La vita e la morte di Re Riccardo III e finalmente, nel 1929, fu la volta del primo film sonoro, La bisbetica domata, interpretato dalla coppia Douglas Fairbanks - Mary Pickford.

Successivamente lo scrittore inglese ha goduto di grande fortuna cinematografica soprattutto negli anni ‘40- ‘50 per merito di registi come Orson Welles, Laurence Olivier e Akira Kurosawa, il quale realizzò ben due opere, Il trono di sangue e Ran, ispirandosi rispettivamente al Macbeth ed al Re Lear.

I MOTIVI Dunque i rapporti tra Shakespeare ed il cinema non sono una novità; nuovo è però l’aumento esponenziale del numero di pellicole tratte dalle sue opere. Quali possono essere i motivi di questa moda, definita dai critici “rinascimento shakespeariano”?

Un fattore che può essere all’origine di questo improvviso proliferare di pellicole è indubbiamente la mancanza di idee nuove ed originali che angustia sceneggiatori e registi di Hollywood. D’altra parte, come afferma ancora Emanuela Martini, “nei drammi e nelle commedie di Shakespeare ci sono un impianto narrativo, una caratterizzazione psicologica, una carne, un vigore e una fantasia che troppo spesso fanno difetto negli sceneggiatori contemporanei”. Ma questo motivo non basta a spiegare perché questo autore sia divenuto lo sceneggiatore più in voga degli ultimi tempi né servirebbe a motivare l’inizio di questa tendenza, inaugurata nel 1989 grazie a Kenneth Branagh ed al suo Enrico V.

Ad una più attenta analisi, le ragioni del fenomeno appaiono molteplici.

Innanzitutto va sottolineata l’assoluta modernità dei temi trattati dallo scrittore più di tre secoli fa. Le sue storie raccontano passioni e comportamenti universali, eterni, talmente connaturati nell’uomo da travalicare confini geografici e temporali. L’attualità e la portata delle vicende raccontate ha certo garantito la pressoché costante ripresa delle opere shakespeariane in tutto il mondo ed in ogni epoca.

Il successo di Shakespeare al cinema dipende anche da importanti ragioni economiche: le opere del bardo si prestano molto bene ad adattamenti dal costo contenuto e anche le star più ricercate sono quasi sempre disposte ad accettare paghe sindacali pur di interpretare Shakespeare al cinema; inoltre il ritorno economico è quasi sempre garantito poiché esiste, sempre e comunque, un pubblico disposto ad acquistare un biglietto pur di vedere un film che si presenta, almeno sulla carta, di una certa levatura culturale.

Per un cinema mondiale che diventa sempre più anglofono non si pongono neanche gravosi problemi di lingua: per quanto l’inglese del Seicento sia ovviamente antico e un po’ aulico, è pur sempre inglese.

Se a questi fattori aggiungiamo le infinite possibilità di trasferire Shakespeare al cinema travalicando i confini di genere e di ambientazione (vedi BOX), i conti tornano.

Fu probabilmente per questi motivi, e soprattutto per una passione viscerale che lo aveva portato a far parte della Royal Shakespeare Company e ad incarnare Amleto a soli 25 anni, che il giovane regista Kenneth Branagh osò portare sugli schermi l’Enrico V, sfidando apertamente non solo il fantasma del celebre bardo ma anche quello del regista shakespeariano per antonomasia, Laurence Olivier. Accadeva esattamente dieci anni fa e da allora Shakespeare non ha più smesso la sua attività di soggettista e sceneggiatore fino a divenire l’anno scorso addirittura protagonista di un film, Shakespeare in love, insignito di ben sette premi Oscar.

LE NUOVE PELLICOLE Ed ora, forti del successo passato, arrivano diverse pellicole più o meno ispirate alle opere dello scrittore inglese. E’ già nelle sale Dieci cose che odio di te, film che ambienta le vicende della Bisbetica domata in un moderno liceo americano. Il palese tentativo di bissare l’operazione riuscita a Baz Luhrmann tre anni fa con Romeo e Giulietta non riesce assolutamente e la pellicola assomiglia ad un lungo ed inutile episodio della serie Beverly Hills 90210.Romeo+Juliet

Sembra più promettente, almeno sulla carta, Sogno di una notte di mezza estate. Diretto da Michael Hoffman e girato in Toscana, rispetta abbastanza il testo originale e può contare sull’ottimo attore shakespeariano Kevin Kline affiancato da validi interpreti come Michelle Pfeiffer e Rupert Everett. In Italia dovrebbe arrivare a fine settembre.

Uscirà a novembre invece l’atteso Titus, rilettura postmoderna e sperimentale del Tito Andronico. La regista Julie Taymor ha deciso di associare al testo originale immagini decisamente particolari e così i protagonisti Anthony Hopkins e Jessica Lange si muoveranno negli scenari onirici creati dallo scenografo Dante Ferretti. Infine Kenneth Branagh, intento ad ultimare le riprese di Pene d’amor perduto, annuncia che questo è solo il primo di una ambiziosa trilogia di musical shakespeariani. Gli altri due saranno Macbeth e Come vi piace, ambientati rispettivamente nello spietato mondo finanziario di Wall Street e nell’esotico e misterioso Giappone.

Evidentemente Shakespeare continua ad essere, come veniva definito negli anni Trenta ad Hollywood, “lo sceneggiatore più bravo del mondo”.

 

BOX: I REGISTI DI SHAKESPEARE

Alcuni registi sono passati alla storia per avere dedicato importanti pellicole a Shakespeare. L’americano Orson Welles era un appassionato cultore del misterioso bardo: dopo aver ricevuto in dono a soli tre anni il libro Sogno di una notte di mezza estate, a quattordici anni allestiva una rappresentazione teatrale del Giulio Cesare e a diciannove pubblicava dei saggi dal titolo Everybody’s Shakespeare. Welles utilizzò ogni mezzo per raccontare il suo mito letterario: teatro, radio, dischi, stampe, pittura e cinema. Nel 1982, dopo aver portato sugli schermi Macbeth (1948), Otello (1952) e Falstaff (1966), Welles stava lavorando ad un film tratto dal King Lear quando la morte lo colse.

Non si può parlare di cinema shakespeariano senza fare il nome dell’inglese Sir Laurence Olivier, l’attore che diresse ed interpretò tre film rimasti nella storia del cinema per la qualità tecnica e la quasi assoluta fedeltà al testo letterario: Enrico V (1944), Amleto (1948) e Riccardo III (1955).

Ed è proprio con Enrico V (1989) che l’irlandese Kenneth Branagh, allora ventinovenne, sfidò il mito Olivier proponendo un’imponente trasposizione della celebre opera: tanto il precedente era patinato ed elegante, quanto il nuovo si segnalava per il realismo e la rudezza delle scene.

Branagh è il fautore del cosiddetto “rinascimento shakespeariano” al cinema: da Molto rumore per nulla (1993) al recente Amleto (1996), fino al futuro Pene d’amor perduto, Branagh ha saputo non solo lanciare ottimi attori come Emma Thompson e Judi Dench ma ha aperto la strada ad altri registi che hanno rivalutato le potenzialità di Shakespeare al cinema: da Baz Luhrmann, regista della quarantesima, moderna e straniante trasposizione cinematografica di Romeo e Giulietta (1996), ad Al Pacino, attore e regista di Riccardo III: un uomo, un re (1996). Un discorso a parte merita poi l’italiano Franco Zeffirelli, abilissimo nel ricreare con sfarzo e cura dei dettagli gli ambienti e le atmosfere in cui si muovono i protagonisti di: La bisbetica domata (1966), Romeo e Giulietta (1968), Amleto (1990).

 


BOX: LE RILETTURE DI SHAKESPEARE.

Se ci perdonate il gioco di parole, Shakespeare amava shakerare diversi generi letterari in un’unica opera facendo coesistere, in perfetto equilibrio tragedia, commedia, satira, dramma, ...

Fedele al detto “Chi la fa, l’aspetti”, il cinema si è comportato allo stesso modo con le sue opere trasportando con assoluta nonchalance vicende e personaggi da un genere cinematografico all’altro. Ce n’è davvero per tutti i gusti: sono divenuti musical di successo sia la Bisbetica domata (Baciami Kate, 1953) sia Romeo e Giulietta (West Side Story, 1961); vantano versioni western l’Otello (Vento di terre lontane, 1947), il Re Lear (Amaro destino, 1949; La lancia che uccide, 1954) e l’Amleto (Johnny Hamlet, 1972); il Macbeth è divenuto un noir pieno di gangster (Joe Macbeth – La legione dell’inferno, 1955).

Ma il caso più eclatante di trasposizione fedelissima nella totale infedeltà di genere è quello rappresentato da uno dei capolavori della fantascienza cinematografica: Il pianeta proibito. Il film, realizzato nel 1956 per la regia di Fred McLeod Wilcox, è la versione fantascientifica de La Tempesta.

Nella pellicola l’isola di Prospero è sostituita dal pianeta Altair 4, Prospero e Miranda divengono il geniale dottor Morbius e sua figlia Altaira, Ferdinando assume le fattezze del capitano Adams, interpretato da un giovane attore drammatico Leslie Nielsen, oggi abituato alle commedie demenziali stile Una pallottola spuntata.

E’ quindi possibile rileggere Shakespeare addirittura in chiave fantascientifica. Oltre all’esempio appena citato, infatti, Franco La Polla, autore del saggio Uno (anzi due) Star Trek di meno, afferma che “persino una critica accademica avveduta ha letto in Star Trek una componente shakespeariana che non può essere negata o sottovalutata” e cita diversi episodi della lunghissima serie chiaramente riconducibili ai classici del bardo.

Shakespeare meglio di Asimov?