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Con i miei supervirus... Intervista al Prof. NALDINI

di Danila Elisa Morelli©

Pensateci per un istante: poter sconfiggere una malattia utilizzando le sue stesse armi, servendosi dei suoi stessi mezzi. Uccidere una patologia, anche la più terribile, comportandosi come un virus, un organismo infinitesimale capace di penetrare qualsiasi barriera. Com’è possibile? “Con l’ingegneria genetica noi siamo in grado di addomesticare il virus: manteniamo la sua capacità di infettare ed entrare nelle cellule, ma lo modifichiamo in modo che invece di portarvi i suoi geni trasmetta i “nostri”, quelli terapeutici. La particella virale prodotta in laboratorio non contiene più al suo interno i geni virali. E’ una particella suicida di per sé: quando entra in una cellula ha finito di esistere perché non ha gli ingredienti che le servirebbero a moltiplicarsi ma solo il gene terapeutico”. A parlare è il professor Luigi Naldini, direttore del Laboratorio di Terapia Genica dell’Istituto per la Ricerca e Cura del Cancro di Candiolo. E’ appena rientrato da Riva del Garda dove si è tenuto il Convegno Nazionale di Telethon durante il quale, insieme ad altri ricercatori, ha illustrato il punto della situazione.

La strategia su cui lavora Naldini consiste quindi nell’inserire nelle cellule malate il trattamento terapeutico in grado di distruggerle attraverso l’uso di un vettore infallibile, un virus: “Somministriamo alle cellule geni che contengono informazioni per fare proteine. Queste possono essere utilizzate per indurre le cellule al suicidio in quanto fungono da enzimi in grado di trasformare un farmaco somministrato all’organismo in una tossina. Le cellule che contengono questo gene estraneo producono l’enzima e una volta esposte al farmaco sviluppano la tossina suicidandosi. Il “suicidio cellulare” è una delle strategie che si stanno tentando come terapia genica del tumore. Il nostro lavoro in particolare consiste nello sviluppo dei vettori, ovvero dei sistemi per trasferire i geni nelle cellule. Lavoriamo sullo strumento che potrà essere utilizzato per la cura dei tumori ma anche di altre malattie”.

A proposito di altre malattie, so che state utilizzando il tristemente noto virus dell’HIV…

Il nostro lavoro, iniziato nel ’96, è partito proprio da un virus infausto come quello dell’HIV perché le sue capacità infettive elevatissime lo rendono un ottimo vettore. Del virus dell’Aids utilizziamo però solo una parte. Il nostro vettore è ibrido perché l’HIV infetta solo alcune cellule, come i linfociti, mentre a noi interessa riuscire ad introdurre geni anche in altre cellule, come i neuroni ad esempio.

A che punto siete con questa tecnica?

Questo è solo il primo passo: la strategia è nuova, il virus utilizzato è molto pericoloso, la tecnica non è ancora stata sperimentata sull’uomo ma solo su topi di laboratorio. Il processo è lungo: finora abbiamo dimostrato l’efficienza del sistema, in futuro ne dovremo provare il valore terapeutico. L’anno scorso abbiamo pubblicato un lavoro svolto con i colleghi del San Raffaele di Milano in cui si utilizzava con successo questa strategia su un topo affetto da una malattia genetica rara, la leucodistrofia. Cominciamo ad accumulare dati incoraggianti ma ci attendono gli esami tossicologici: questo è il nostro futuro e ci prenderà i prossimi due anni almeno.

Con chi lavorate a questo progetto?

La parte relativa al vettore, quella sperimentale, la svolgiamo noi dell’IRCC. Per la parte applicativa collaboriamo con l’equipe del San Raffaele diretta da Claudio Bordignon. Poi abbiamo rapporti con diversi istituti americani. Io stesso avevo iniziato questo lavoro in America, a San Diego, ed i risultati erano stati pubblicati proprio nel 1996 su “Science”. Usufruiamo dei fondi messi a disposizione dall’Associazione Ricerca sul Cancro (grazie ai quali è stato realizzato l’Istituto di Candiolo dove lavoriamo) e dalla Comunità Europea. Un grosso finanziatore a cui sono molto grato è Telethon.

Quanto confida in questa ricerca?

Moltissimo: ci dedico tutto il mio tempo e le mie energie. Credo che sia importante capire che oggi siamo ancora nella fase sperimentale ma che ci sono ottimi indizi sulla validità della strategia. La terapia genica in generale avrà un forte impatto sulla medicina. Ha già avuto alcuni successi. Si tratta ora di allargare la strategia a varie malattie. E’ ragionevole pensare che ciò avverrà una volta che saranno stati messi a punto sistemi efficaci e sicuri di trasferimento.